mercoledì 22 settembre 2010

LUCIO PICCOLO


Per i giovedì della galleria, giorno 23 settembre alle ore 18,30 nei locali di galleriaRoma via Maestranza 110, Salvo Sequenzia parlerà di:


SI DICE CHE IL SILENZIO ERA FUGGITO
Storia di Lucio Piccolo barone di Calanovella, poeta e mago


Riverberi d’echi, frantumi, memorie insaziate,
riflusso di vita svanita che trabocca
dall’urna del Tempo, la nemica clessidra che spezza,
è bocca d’aria che cerca bacio, ira,
è mano di vento che vuole carezza

Lucio Piccolo, La notte

«Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile; vaporano i fantasmi; […]. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore….tutto l’infinito che è negli uomini lei lo troverà dentro e intorno a questa isola». E’ per bocca del mago-poeta Cotrone, signore della Villa della Scalogna ne I Giganti della montagna di Pirandello, che facciamo ingresso nel mondo incantato e favoloso della poesia di Lucio Piccolo, un «mobile universo di folate» che rappresenta una delle più straordinarie vicende letterarie del Novecento.
Tale vicenda letteraria comincia nel 1954, quando il poeta invia ad Eugenio Montale le 9 Liriche stampate nello stabilimento tipografico «Progresso» di Sant’Agata di Militello. Entusiasta di quelle poesie, Montale presenterà lo stesso anno la silloge ed il suo autore ad un convegno di poeti a San Pellegrino. Da allora la vicenda letteraria del poeta dei Canti barocchi si mescola alla sua leggenda.
Lucio Piccolo di Calanovella nasce a Palermo nel 1903 da Giuseppe e Teresa Tasca Filangieri, appartenente ad una delle più antiche e nobili famiglie dell’isola, imparentata con I Lanza, I Notarbartolo di Villarosa ed i Moncada. L’autore de Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, era suo cugino. Il poeta ebbe residenza stabile a Palermo sino alla morte del padre, quando si trasferì a Vina di Capo d’Orlando, nella villa che divenne ben presto cenacolo di poeti, letterati, musicisti, maghi e scienziati. La sorella Agata era cultrice di botanica; il fratello Casimiro, studioso di parapsicologia, fotografo e pittore.
Lucio Piccolo fu studioso di filosofia, di scienze matematiche, astronomia, esoterismo; musicologo e compositore, conoscitore del greco antico, dell’ebraico e dell’arabo. Leggeva poeti e filosofi nei testi originali in tedesco, inglese, francese e spagnolo.
Piccolo ebbe una cultura di vastità e profondità enciclopedica e, pur muovendosi raramente dal suo eremo di Capo d’Orlando, fu a contatto con i maggiori poeti e letterati del suo tempo. Con il poeta Yeats ebbe una fitta corrispondenza sulla natura delle fate, che il fratello Casimiro dipingeva e fotografava nei giardini della Villa.
Cultura, memoria, magia, suggestioni ancestrali e sapienza orfica nutrono i versi di Lucio Piccolo; la sua poesia rivela la sua appartenenza a quel «sesto continente del pianeta piccolo e clandestino» che è la Sicilia, terra di miti brividata da ansie esistenziali e da urgenze speculative, popolata di fantasmi, nutrita di visioni e di attese. Poesia di incantamenti senza tempo, che fanno di questo poeta un “cantore”, più che un poeta nel senso della greca poesis. Non per nulla egli perseguì lungo tutto l’arco della vita l’ideale di una sapienza arcaica fondata sulla celebrazione della polarità che è, innanzitutto, “musica”. La sua perfetta conoscenza del greco antico e dell’aramaico, l’anelito costante alla scienza del numero pitagorica, lo studio del mondo delle ombre e dei suoi abitatori – fate, folletti, gnomi e creature fatue della notte – attestano una frequentazione costante, assidua, quasi sacerdotale, del poeta con una dimensione ed una realtà autre. Il suo essere trasognato, con lo sguardo sperduto verso orizzonti remoti e senza tempo, denota una immaginazione creatrice in cui la poesis seppe farsi profonda contemplazione, conoscenza visionaria, al modo degli iniziati di Eleusi.
Da questa sconfinata e traboccante immaginazione creatrice scaturisce una produzione letteraria originale e complessa, segnata da un linguaggio simbolico ed esoterico, da un perspicuo carattere orfico. Le raccolte Canti barocchi (1956) e Gioco a nascondere (1967) partecipano di tale dimensione visionaria, fragile, iniziatica e crepuscolare: «Sogno piani convessi/luminosi quadrangoli circolari/e l’infinito/chiuso in un anello».
La raccolta Plumelia (1967) e La seta (1984) rappresentano l’esito perfetto, la maturazione piena e consapevole della poesia di Piccolo, sia sul piano formale che su quello contenutistico. Come nei Canti barocchi e in Gioco a nascondere in Plumelia ritornano ricordi e impressioni dell’infanzia palermitana, immagini e visioni di luoghi e di paesaggi che trascendono il mero dato biografico e topografico per consegnarsi a una trama di richiami esoterici, mnestici, evocativi.
E’ la memoria il fondamento di questa poesia. Di quella Memoria che è Mnemosyne, madre delle Muse, che concede al poeta le immagini per una profonda riflessione sull’essere, sull’eterno, sulla fugacità, la morte, il male ed il tempo; la perennità della natura, la magia dell’universo, l’ansia del ritorno alle origini.
Ne La seta la raffinata mescolanza di toni di un fluido canto, in cui si depositano le scene di una natura che abbonda, si trasforma e svampa, costituisce la la dimensione stilistico-tematica precipua. Vibra un moto di pena esistenziale in questa poesia, assorbita dalla istanza della memoria, dalla intuizione di vertiginose ed ignote presenze cosmiche, che abitano e fecondano una natura meravigliosa e affannata, che il poeta coglie con preziose e abbaglianti cifrature barocche.
Lucio Piccolo si rivela poeta assorto, librato un una robusta direttrice di pensiero, nutrito di storia e di memorie, frequentatore di creature disincarnate, custode di segreti e di ombre, cifra intensa di un sostegno a un respiro poetico autenticamente governato dal senso della labilità dell’esistere, dal fuggire di ogni condizione della storia, mentre in un sospeso stato di attonita attesa, di meraviglia e scoperta, si levano i miti eterni dell’infanzia del mondo, stagione planetaria ora ritagliata a barlumi, oscura e raggiante, ora incedente nel Bosco sacro dell’universo, palpitante di vita, gremito di creature portatrici di nostalgie ancestrali, gravido di incantagioni e di umori, dove «sale la delizia del sangue dà fili/di porpora a le foglie, batte/nei petali e la corolla/s’apre al verace respiro;/ma si ferisce la mano/che la coglie e gioia e dolore/chiude l’istesso cerchio» (Il raggio verde e altre poesie inedite, Terza Esperide).

Cotrone: -Respiriamo aria favolosa. Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. Udiamo voci, risa; vediamo sorgere incanti figurati da ogni gomito d’ombra, creati dai colori che ci restano scomposti negli occhi abbacinati dal troppo sole della nostra isola.
LUIGI PIRANDELLO, I Giganti della montagna

Salvo Sequenzia

Organizzazione e Direzione: Corrado Brancato

Addetto Stampa: Amedeo Nicotra

Ingresso Libero


Info:
0931/746931
0931/66960 (orario apertura Galleria)
cell.338/3646560
corradobrancato@hotmail.com

domenica 19 settembre 2010

Lucio Piccolo


Per i giovedì della galleria, giorno 23 settembre alle ore 18,30 nei locali di galleriaRoma via Maestranza 110, Salvo Sequenzia parlerà di:


SI DICE CHE IL SILENZIO ERA FUGGITO
Storia di Lucio Piccolo barone di Calanovella, poeta e mago


Riverberi d’echi, frantumi, memorie insaziate,
riflusso di vita svanita che trabocca
dall’urna del Tempo, la nemica clessidra che spezza,
è bocca d’aria che cerca bacio, ira,
è mano di vento che vuole carezza

Lucio Piccolo, La notte

«Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile; vaporano i fantasmi; […]. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore….tutto l’infinito che è negli uomini lei lo troverà dentro e intorno a questa isola». E’ per bocca del mago-poeta Cotrone, signore della Villa della Scalogna ne I Giganti della montagna di Pirandello, che facciamo ingresso nel mondo incantato e favoloso della poesia di Lucio Piccolo, un «mobile universo di folate» che rappresenta una delle più straordinarie vicende letterarie del Novecento.
Tale vicenda letteraria comincia nel 1954, quando il poeta invia ad Eugenio Montale le 9 Liriche stampate nello stabilimento tipografico «Progresso» di Sant’Agata di Militello. Entusiasta di quelle poesie, Montale presenterà lo stesso anno la silloge ed il suo autore ad un convegno di poeti a San Pellegrino. Da allora la vicenda letteraria del poeta dei Canti barocchi si mescola alla sua leggenda.
Lucio Piccolo di Calanovella nasce a Palermo nel 1903 da Giuseppe e Teresa Tasca Filangieri, appartenente ad una delle più antiche e nobili famiglie dell’isola, imparentata con I Lanza, I Notarbartolo di Villarosa ed i Moncada. L’autore de Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, era suo cugino. Il poeta ebbe residenza stabile a Palermo sino alla morte del padre, quando si trasferì a Vina di Capo d’Orlando, nella villa che divenne ben presto cenacolo di poeti, letterati, musicisti, maghi e scienziati. La sorella Agata era cultrice di botanica; il fratello Casimiro, studioso di parapsicologia, fotografo e pittore.
Lucio Piccolo fu studioso di filosofia, di scienze matematiche, astronomia, esoterismo; musicologo e compositore, conoscitore del greco antico, dell’ebraico e dell’arabo. Leggeva poeti e filosofi nei testi originali in tedesco, inglese, francese e spagnolo.
Piccolo ebbe una cultura di vastità e profondità enciclopedica e, pur muovendosi raramente dal suo eremo di Capo d’Orlando, fu a contatto con i maggiori poeti e letterati del suo tempo. Con il poeta Yeats ebbe una fitta corrispondenza sulla natura delle fate, che il fratello Casimiro dipingeva e fotografava nei giardini della Villa.
Cultura, memoria, magia, suggestioni ancestrali e sapienza orfica nutrono i versi di Lucio Piccolo; la sua poesia rivela la sua appartenenza a quel «sesto continente del pianeta piccolo e clandestino» che è la Sicilia, terra di miti brividata da ansie esistenziali e da urgenze speculative, popolata di fantasmi, nutrita di visioni e di attese. Poesia di incantamenti senza tempo, che fanno di questo poeta un “cantore”, più che un poeta nel senso della greca poesis. Non per nulla egli perseguì lungo tutto l’arco della vita l’ideale di una sapienza arcaica fondata sulla celebrazione della polarità che è, innanzitutto, “musica”. La sua perfetta conoscenza del greco antico e dell’aramaico, l’anelito costante alla scienza del numero pitagorica, lo studio del mondo delle ombre e dei suoi abitatori – fate, folletti, gnomi e creature fatue della notte – attestano una frequentazione costante, assidua, quasi sacerdotale, del poeta con una dimensione ed una realtà autre. Il suo essere trasognato, con lo sguardo sperduto verso orizzonti remoti e senza tempo, denota una immaginazione creatrice in cui la poesis seppe farsi profonda contemplazione, conoscenza visionaria, al modo degli iniziati di Eleusi.
Da questa sconfinata e traboccante immaginazione creatrice scaturisce una produzione letteraria originale e complessa, segnata da un linguaggio simbolico ed esoterico, da un perspicuo carattere orfico. Le raccolte Canti barocchi (1956) e Gioco a nascondere (1967) partecipano di tale dimensione visionaria, fragile, iniziatica e crepuscolare: «Sogno piani convessi/luminosi quadrangoli circolari/e l’infinito/chiuso in un anello».
La raccolta Plumelia (1967) e La seta (1984) rappresentano l’esito perfetto, la maturazione piena e consapevole della poesia di Piccolo, sia sul piano formale che su quello contenutistico. Come nei Canti barocchi e in Gioco a nascondere in Plumelia ritornano ricordi e impressioni dell’infanzia palermitana, immagini e visioni di luoghi e di paesaggi che trascendono il mero dato biografico e topografico per consegnarsi a una trama di richiami esoterici, mnestici, evocativi.
E’ la memoria il fondamento di questa poesia. Di quella Memoria che è Mnemosyne, madre delle Muse, che concede al poeta le immagini per una profonda riflessione sull’essere, sull’eterno, sulla fugacità, la morte, il male ed il tempo; la perennità della natura, la magia dell’universo, l’ansia del ritorno alle origini.
Ne La seta la raffinata mescolanza di toni di un fluido canto, in cui si depositano le scene di una natura che abbonda, si trasforma e svampa, costituisce la la dimensione stilistico-tematica precipua. Vibra un moto di pena esistenziale in questa poesia, assorbita dalla istanza della memoria, dalla intuizione di vertiginose ed ignote presenze cosmiche, che abitano e fecondano una natura meravigliosa e affannata, che il poeta coglie con preziose e abbaglianti cifrature barocche.
Lucio Piccolo si rivela poeta assorto, librato un una robusta direttrice di pensiero, nutrito di storia e di memorie, frequentatore di creature disincarnate, custode di segreti e di ombre, cifra intensa di un sostegno a un respiro poetico autenticamente governato dal senso della labilità dell’esistere, dal fuggire di ogni condizione della storia, mentre in un sospeso stato di attonita attesa, di meraviglia e scoperta, si levano i miti eterni dell’infanzia del mondo, stagione planetaria ora ritagliata a barlumi, oscura e raggiante, ora incedente nel Bosco sacro dell’universo, palpitante di vita, gremito di creature portatrici di nostalgie ancestrali, gravido di incantagioni e di umori, dove «sale la delizia del sangue dà fili/di porpora a le foglie, batte/nei petali e la corolla/s’apre al verace respiro;/ma si ferisce la mano/che la coglie e gioia e dolore/chiude l’istesso cerchio» (Il raggio verde e altre poesie inedite, Terza Esperide).

Cotrone: -Respiriamo aria favolosa. Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. Udiamo voci, risa; vediamo sorgere incanti figurati da ogni gomito d’ombra, creati dai colori che ci restano scomposti negli occhi abbacinati dal troppo sole della nostra isola.
LUIGI PIRANDELLO, I Giganti della montagna


Salvo Sequenzia

Organizzazione e Direzione: Corrado Brancato

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lunedì 13 settembre 2010

Odore di Voglia Antica

Galleria Roma
via Maestranza 110 Siracusa
giovedì 16 settembre ore 18,30

ODORE DI VOGLIA ANTICA

Poesie di Francisca Saint Claire, presentate da Francesco D’Isa

Eros si erge immaturo e fanciullesco come Giasone già sul vello, dentro, attorno, fuori e la sua ricerca è già essere: essere nel divenire è muoversi esplicito fra “cosce traboccanti d’ingordigia”. Rose è d’eros “virtuosismo speculare” che lasci incedere la quinaria compresenza dei sensi in questa liricità così plurisensuale e d’incedere in incedere approdare al grido sussurrato “orgasmo multiplo investe la vulva abissale”, che si immagina avvenire proprio nell’istante eterno in cui l’orgasmo multiplo investa la sua vulva abissale: così lei, mentre lui è forse sempre lei che incede a sua volta “come la saliva di Ofelia sulle pudende di Pan”, e ancora lei elogia tale “morbida, audace venatura su muscolo teso, bagnato” (da lei), elogia “odore di sesso virile” (con lei), elogia “la furente sciabola dentro la carne erbosa” (di lei) e possiede “un ritmo folle”, “un vigore tremulo” e “la cadenza di una sbavatura ardente”. Così questa poesia pudica abusa d’impudicizia come l’eterno fanciullo Giasone gode di presocratica esenzione dalla conoscenza, concedendosi col solo ausilio dei sensi, amletico, nemmeno presagendo l’aristotelica intelligenza, la distinzione sessuale, la non-nudità: forse non-nato egli gode della non presunzione della nascita e guarda (ascolta, annusa, tocca, gusta) lei che urla di dolore (“Amleto amami”), di piacere (“nuda professo la vita”), di scetticismo consenziente (“Ti amai come tramonto di gustosa beltà sfiorita”) o dissenziente “calpesta con esasperato esotismo l’etica ambigua del detto in simbiosi” e Dispensatrice “è lei che la notte solca l’asfalto petalo d’incompresa lascivia” e compensatrice è la sensualità “del glande diviso” (“trasumananza sessuata nelle strade del mondo” che “sanguina”). Torna il verso “Mondo” per dirci forse purifico? Torna il verso “Umanità! Cadenza monotona, Plutarco arreso!” per darci forse “delle notti il vampiro del tuo stesso cuore”, poetessa, e dirci forse, ancora, purifico? Torna e ritorna il verso “Francisca Saint Claire”: che “mansueta sogni l’arrivo di Giasone…”? “Suona donna, suona ancora le ampiezze velate d’impeto greve”, venate di parnassiana voracità, “e sii muta nel bacio odoroso che gioiosa darai all’amante sinuoso”, mentre io, sterile postillatore, cerco l’eccesso esangue di Giasone, lo scettro pestifero di Pericle, la remota discendenza di Pan, la blasfema alterità di Amleto, la cortigiana scortesia di Baudelaire e presagisco una nuova voluttà e l’asprezza che dia “odore di voglia antica”, asperrima più che mai, come sui solchi bagnati di “sesso-sentiero esplosivo sensuale slegato oltremodo” e sudore-sesso umido doloroso odoroso represso esploso, mentre inattese, “di erotismo bruciato” intese, “ciglia nere come spighe scuotono i nidi canuti del viandante in essere”, cioè il sudore è il divenire del sesso, il sesso l’essere del sudore, l’anima e l’amore la cornice interna, intima platonica astratta esclusione, il sesso non sudato post mortem?

Organizzazione e Direzione: Corrado Brancato

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lunedì 6 settembre 2010

ASTRONOMIA



ASTRONOMIA

Il linguaggio dell’astronomia
Il linguaggio e la conoscenza della realtà percorrono lo stesso cammino.
Senza la profonda conoscenza del linguaggio con cui si esprime l’uomo nel suo divenire, sarebbe impossibile esplorare e conoscere l’animo umano, e profondo errore sarebbe il credere che tale conoscenza sia legata al solo linguaggio artistico - letterario.
L’osservazione del cielo notturno è sicuramente una delle più antiche della storia e il linguaggio ad essa collegato percorre una strada parallela all’evoluzione umana.

Qual è il linguaggio che ci permette di comprendere l’osservazione del cielo?
Quali emozioni ci suscita un’osservazione consapevole che si è evoluta dall’individuazione delle simmetrie delle costellazioni, alla visione della realtà del “passato” fino alla nascita del “TUTTO”?
Riusciamo ad utilizzare gli strumenti astronomici più potenti in nostro possesso, il cervello e gli occhi ?
Siamo soli nell’universo?

Su queste, come su altre domande, si discuterà presso la galleria Roma il 9 settembre 2010, sicuri di non avere risposte definitive ma consapevoli di lavorare per costruire un linguaggio minimo di comprensione comune sui grandi problemi dell’uomo moderno.

Organizzazione e Direzione: Corrado Brancato

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giovedì 26 agosto 2010

Una Medea Sicula



Sabato 17 settembre alle ore 18,30 nei locali di galleriaRoma in via Maestranza 110, vernissage della mostra personale di Stefania Scalogna " UNA MEDEA SICULA"

Medea è una storia attuale.
E’ una figura complessa che dà la possibilità di riflettere su differenti contesti culturali. E’ straniera in terra greca, non conosce le regole di convivenza dei greci, non ha una casa, non ha una famiglia se non i suoi figli, ma è anche barbara, ragiona con passionalità e non ha lo stesso metro di giudizio dei greci.
Il pretesto è quello di voler raccontare il territorio siculo, ed in particolare la città di Siracusa, sfruttando, per la progettazione di costumi teatrali, elementi tipici siculi: il papiro e la pietra lavica.
Il costume teatrale è ciò che più, insieme alla scenografia, fa immergere lo spettatore nella vicenda: identifica i personaggi, li metti in relazione tra loro e con il tempo.
Ed è così che ogni materiale è associato ad un periodo della vita della nostra protagonista: lo splendore, la purezza e la lucentezza per il papiro; la diversità e la disperazione per il metallo e la pietra lavica.
L’esposizione è un viaggio nell’anima del personaggio, le quali emozioni sono esaltate attraverso l’abbigliamento.

Organizzazione e Direzione Artistica: Corrado Brancato

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www.galleriaroma.it

martedì 20 luglio 2010

"Conversazioni d’arte" terzo incontro


Giovedì 22 luglio alle ore 18,30 nei locali di galleriaRoma terzo appuntamento con "Conversazioni d’arte"

Incontri tra amici, come in un simposio conversare su argomenti d’arte.
Nell’accogliente piccolo salotto della Galleria Roma si organizzerà un amabile confronto su temi che ci stanno a cuore e ci possono incuriosire.
Argomenti spesso presenti nell’attuale dibattito artistico, tra letture e riflessioni attraverso forme linguistiche universali e contemporanee.
Si terranno tre incontri , il 24 Giugno e nei giorni 15 e 22 del mese di Luglio, con la presenza di Salvatore Rapisarda , Giovanni Ierna e Nino Sicari che intratterranno la sala, offrendo opportuni spazi volti a interventi di varia natura che dovranno e potranno arricchire i tre Giovedì della Galleria.

Tra gli argomenti che saranno oggetto delle conversazioni:
Contestualizzazione e decontestualizzazione dell’opera d’arte;
Committenza e mercato dell’arte;
Arte tra tecnica e poesia;
Arte riconoscibile, arte astratta;
Arte testuale, arte concettuale;
La necessità dell’arte nella società contemporanea.
Architettura:ordine e decostruzione.

Organizzazione e Direzione: Corrado Brancato

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lunedì 12 luglio 2010

Punto di vista




Sabato 17 luglio alle ore 18,30 nei locali del Palazzo del Governo di via Roma 31 Siracusa, Salvatore Rapisarda presenta la collettiva d'arte contemporanea PUNTO DI VISTA Varietas aretusea
Artisti partecipanti:
Salvatore Accola, Michele Alfano, Fabio Amato, Nello Benintende, Gianfranco Bevilacqua, Anna Bialecka, Corrado Brancato, Beppe Burgio, Salvatore Canigiula, Margherita Davì, Angela Floriddia ,Francesco Floriddia, Rosario Fortuna, Umberto Garro, Vittorio Giaracca, Salvatore Li Puma,Vittorio Lucca, Paolo Morando, Amedeo Nicotra, Valentina Nicotra, Francesca Nobile, Tomie Nomiya, Gina Pardo, Giacomo Perticone, Nino Sicari.


PUNTO DI VISTA Varietas aretusea
a cura di Salvatore Rapisarda

La mostra collettiva di pittura che si inaugurerà Sabato, 17 luglio presso i locali della provincia di Siracusa, riunisce un folto numero di artisti siracusani invitato dall’Associazione Culturale Nuova Galleria Roma.
Le opere che saranno presentate si distinguono per le diverse peculiarità culturali espresse dalle diverse personalità degli autori, le diverse provenienze, e i diversi percorsi intrapresi nell’arco degli anni di produzione.
Voglio introdurre la mia nota critica con una prima citazione.

“ L’arte vuole ciò che ancora non è stato,
ma tutto ciò che essa è, gia è stato.”

Così Scrive il filosofo T. W. Adorno nella sua opera Teoria estetica.
Attraverso questo concetto si può identificare quel poliedro dalle plurime facce che da diversi anni ci propone opere d’arte tendenzialmente legate ai linguaggi della modernità figurativa dalle avanguardie alle post-avanguardie, dalle trans-avanguardie alla pittura colta, accademica e sperimentale.
Tutto ciò è traducibile attraverso la sintesi della varietas.
Una varietas di studi, ricerche, intenzioni, intuizioni, elaborazioni che articolano, attraverso le tecniche più tradizionali, o più personali, una pluralità linguistica di temi e argomentazioni figurative solcando personalità, conoscenze, esperienze, culture.
Una varietas che si vuol tradurre in dotta, in tecnica, in sperimentale.
Varietas non come dispersione o vacuità ma come plurilinguismo che restituisce le esperienze del vissuto materiale e spirituale di ogni , che riesce a trasmettere la scintilla della sua poesis, superando il mero virtuosismo tecnico, le convenienze e le opportunità.
Leggere un’opera d’arte talvolta significa appropriarsi dell’opera.
La critica letteraria la rende testo, come forma filosofica, strutturata da comparazioni ed evocazioni trasversali della cultura strumentale.
L’artista, che, come ho sempre detto, opera da uno speciale osservatorio, vive della sua libertà di pensiero espressivo, coniugato attraverso gli strumenti della rappresentazione.
Concludo citando le parole di Kandinsky:

La libertà arriva fin dove arriva
la sensibilità dell’artista
La vera opera d’arte nasce dall’artista
in modo misterioso, dogmatico, mistico.
L’arte, il linguaggio dell’anima.

Orario di Apertura: tutti i giorni 9/13 -16/20
Organizzazione e Direzione Artistica: Corrado Brancato

Addetto Stampa: Amedeo Nicotra

Ingresso Libero

Info:
0931/746931
0931/66960 (orario apertura Galleria)
cell.338/3646560
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